Il primo dato culturale di questo itinerario è nel nome, e riguarda chi lo pronuncia. Palasinaz non si legge con la zeta finale: si dice «Palasìna». Quella z non è una lettera, è uno svolazzo che i redattori dei registri del Regno di Sardegna aggiungevano ai toponimi da pronunciare come parossitoni — con l'accento sulla penultima sillaba, come vuole il francoprovenzale. Con il tempo il segno è stato scambiato per una zeta, e oggi lo pronunciano sia gli italofoni sia i francofoni. La radice, invece, è patois pura: Pala, «pascolo ripido, dirupato». Il nome dichiara a cosa serviva il posto.
Lo stesso vale per i laghi, uno per uno. Il Lac de la Pòtcha significa, nel patois di Brusson, «il lago del mestolo»: l'utensile con cui negli alpeggi si lavorava il latte. Negli archivi francesi diventa Lac de la Paucha, sulle carte turistiche «Pocia», e su diverse mappe digitali di oggi «Lac de la Rocia». In tre passaggi un attrezzo di lavoro è diventato un suono senza significato. Il Lago della Battaglia conserva la memoria di uno scontro armato che nessun documento sa datare. Il Lago di Bringuez, oltre il colle, era il lago delle streghe: chiuso da pareti quasi verticali ed esposto alle correnti calde e umide da sud, produce temporali improvvisi, e la spiegazione disponibile era che vi abitassero streghe dai capelli lunghi capaci di fabbricare la grandine. Sono nomi fatti da gente che qui lavorava, e che dalla grandine aveva qualcosa da perdere.
Che quei pascoli fossero una risorsa contesa lo dicono le carte. Nel Duecento la zona si chiama Palleysina ed è tenuta in feudo dai signori di Challant: il 28 luglio 1263 l'investitura di Goffredo di Challant fissa in venti soldi di Susa il censo annuo dovuto all'abbazia di San Maurizio d'Agauno per queste montagne; nel 1323 Ebalo di Challant le cita nel proprio testamento. Contadini e pastori dovevano al signore burro e formaggio. Perfino il nome del paese di partenza è un mestiere: Estoul viene da stabulum, la stalla.
«Le montagne od alpeggi di Bringuez e di Palasina sono assai belle e consigliabili all'escursionista che non voglia troppo affaticarsi.»
Amé Gorret e Giovanni Varale, Guida illustrata della Valle di Challant o d'Ayas, 1899
La frase è del 1899 e segna con precisione il momento della conversione. Un abate alpinista e un compagno di scalate guardano un alpeggio e lo descrivono come una meta: bello, e comodo. Da lì in avanti il pascolo ripido comincia a valere per quello che si vede, non per quello che produce. Un secolo dopo la conversione è completa e ha un prezzo di listino: si arriva quassù con la seggiovia Estoul–Palasinaz, undici euro l'andata e il ritorno, aperta dalle 8.45 alle 12.30 e dalle 14 alle 17, trasporto mountain bike incluso. Questa scheda stessa comincia alla stazione a monte di un impianto da sci.
Non è un rimprovero: è una descrizione. Ma è esattamente la frattura che Paolo Cognetti ha messo al centro de Le otto montagne (2016, Premio Strega 2017), il romanzo di Pietro che viene da Milano e di Bruno che resta. Quello che il libro racconta, sotto la storia di amicizia, è un problema economico: Bruno prova a far vivere un alpeggio in una montagna che nel frattempo è diventata un luogo di svago per chi ci arriva da fuori, e non ce la fa. Non per inadeguatezza personale — perché i conti non tornano più. È la differenza fra la montagna come mezzo di sussistenza e la montagna come parco giochi: due usi dello stesso versante che non si finanziano allo stesso modo.
Cognetti quella frattura non l'ha solo scritta: la abita. Vive da oltre dieci anni proprio a Estoul, ai piedi di questa conca. Nel 2017 vi ha fondato con altri l'associazione culturale Gli Urogalli, che fra il 2017 e il 2019 ha organizzato a Estoul il festival Il richiamo della foresta — arte, libri e musica nei prati sopra il paese, con l'idea dichiarata di raccontare la montagna come luogo di relazioni e di lavoro e non come fuga solitaria. Oggi il testimone è passato alla Fondazione che porta il suo nome, una residenza per artisti e studiosi con sede nella stessa frazione.
Il nome dell'associazione non è casuale, e apre un ponte con un'altra scheda di questa raccolta. Gli Urogalli richiama Il bosco degli urogalli, il libro con cui Mario Rigoni Stern esordì da Einaudi nel 1962 — e di cui Cognetti ha firmato l'introduzione per l'edizione corrente, definendolo l'atto di nascita del nostro maggiore scrittore di montagna. In Valle Soana, sul percorso del santuario di San Besso, il Pian d'Azaria ospita un'oasi naturalistica intitolata proprio a Rigoni Stern, che in quella valle non aveva mai vissuto. Due modi opposti di far entrare uno scrittore nel paesaggio: là una dedica, qui una residenza.
Fra Pòtcha e Rocia si è persa per strada una parola per il mestolo, ma il mestolo non è sparito: sui pascoli di questa conca le mandrie ci sono ancora, gli alpeggi lavorano, e il formaggio che si mangia al rifugio arriva da qui intorno. Se l'economia del pascolo regge — e in Val d'Ayas, per ora, regge — allora la seggiovia, il rifugio e il festival non hanno sostituito la vita d'alpeggio e non ne rappresentano una minaccia: potrebbero essere ciò che la sostiene. Non è garantito: serve equilibrio, cura dei luoghi e attenzione alle esigenze della gente che ci vive. Il giorno in cui abbiamo percorso l'anello, le mucche erano al pascolo.