Di San Besso non si sa quasi nulla, e per questo se ne sa troppo. Le versioni concorrenti sono almeno quattro: un soldato della Legione Tebea scampato al massacro e ucciso qui; un pastore gettato dalla rupe dagli altri pastori per invidia, perché le sue greggi erano più floride; un vescovo di Ivrea, dove la cattedrale conserverebbe le sue spoglie; un eremita taumaturgo ritirato in cima al masso. Non sono varianti di un racconto: sono racconti di comunità diverse, ciascuna con la propria pretesa sul santo.
È esattamente questa duplicità che nel 1913 portò fin qui Robert Hertz, allievo di Durkheim, e produsse «Saint Besse, étude d'un culte alpestre», uscito sulla Revue d'histoire des religions: uno dei testi fondativi dell'antropologia della religione popolare. Hertz osservò che al santuario si incontrano due comunità — i valligiani della Valle Soana e i pastori di Cogne, che scavalcano lo spartiacque — e che ognuna porta il «suo» Besso: soldato per gli uni, pastore per gli altri. Il culto non discende dal santo; è il gruppo che, radunandosi, produce e rinnova la sacralità del luogo.
Non è la leggenda a spiegare il rito, ma il rito a generare la leggenda: il significato del santo è prodotto, ogni anno, dalla comunità che sale a raccoglierlo attorno alla sua rupe.
Che la posta in gioco fosse concreta lo dice un dettaglio che Hertz registrò e che è ancora vero: l'onore di portare la statua in processione, oggi assegnato con una specie di bando rituale, in passato fu causa di liti violente fra campigliesi e cogneins. Non si litiga per una leggenda; si litiga per il diritto di rappresentare il gruppo davanti al luogo sacro.
Il centro di tutto, in ogni caso, non è il santo: è la roccia. Il santuario è costruito appoggiando un intero fianco al Monte Fautenio — un monolito alto una sessantina di metri e largo quaranta, piantato al centro dell'anfiteatro — e la cappella più antica, datata 1548 sulla porta, ha l'altare costruito direttamente sul sasso. I pellegrini ne staccavano schegge da portare a casa come amuleti. La tradizione dice che nel punto in cui Besso cadde restò un'impronta nella roccia, e che il santuario fu costruito lì.
La prova più netta che il luogo di culto è la pietra e non l'edificio sta cinquanta metri più su, e la si vede a occhio dal punto panoramico: in cima al monolito, a 2.072 m, ci sono una cappelletta e una croce, un secondo punto sacro raggiungibile per un sentierino ripido che gira attorno alla rupe. Attorno a quel masso si sono sovrapposti, senza mai spostarsi, culti litici precristiani, un martire di legione, un pastore, due cappelle seicentesche fuse in una, affreschi ottocenteschi riscoperti nel 2020 e un restauro interrotto per fine budget. È il caso da manuale di continuità cultuale: il sacro cambia nome ma non luogo, fissandosi sul punto forte del paesaggio. Lo stesso meccanismo che, sull'altro versante, tiene in piedi il santuario del Miserin.
Il pellegrinaggio si svolge due volte l'anno, il 10 agosto e il 1° dicembre. Dalla Valle Soana si sale da Campiglia in mattinata; dalla Valle d'Aosta si arriva scavalcando lo spartiacque, e chi viene da Cogne deve partire il giorno prima e dormire al ricovero del santuario, perché in mezzo c'è il colle dell'Arietta a 2.939 m. Fra i valdostani ci sono anche quelli di Champorcher, e non per caso: là si venera san Porzio, un altro martire pseudo-tebeo che una leggenda vuole compagno di fuga di Besso. I due santuari non si somigliano solo per struttura — sono le due estremità di una stessa storia, raccontata da comunità che si conoscono e che una volta all'anno si incontrano quassù.
Dal 2012 messa e processione vengono anche trasmesse in streaming e nella chiesa di Sant'Orso a Campiglia, per gli anziani e per i valsoanini emigrati all'estero fra Ottocento e Novecento. Se Hertz aveva ragione — se è il gruppo che raduna a produrre il sacro — allora la comunità che oggi produce questo rito non è più soltanto quella fisicamente presente sul ripiano.
Hertz morì in trincea nel 1915, a trentatré anni, due estati dopo aver visto quella festa. Da lì in avanti nessuno ha più guardato un santuario di montagna nello stesso modo — e la Valle Soana, isola francoprovenzale come la vicina Val di Rhêmes, resta uno dei posti dove il nesso fra roccia, comunità e sacro si legge ancora a occhio nudo.