San Besso sarebbe un soldato della Legione Tebea — la schiera cristiana martirizzata sotto Diocleziano — sfuggito al massacro e rifugiatosi su queste montagne, dove trovò la morte. Ma nella tradizione dei pastori è anche, semplicemente, un pastore: due racconti concorrenti per lo stesso santo, sostenuti da due comunità diverse.
È esattamente questa duplicità che nel 1913 attirò il sociologo Robert Hertz, allievo di Durkheim, che salì fin qui e ne trasse «Saint Besse, étude d'un culte alpestre»: uno dei testi fondativi dell'antropologia della religione popolare. Hertz osservò che al santuario si incontrano due comunità — i valligiani della Val Soana e i pastori di Cogne, che scavalcano lo spartiacque — ciascuna con la propria versione del santo e la propria pretesa su di lui. Il culto non «viene» dal santo: è il gruppo che, radunandosi, produce e rinnova la sacralità del luogo.
Non è la leggenda a spiegare il rito, ma il rito a generare la leggenda: il significato del santo è prodotto, ogni anno, dalla comunità che sale a raccoglierlo attorno alla sua rupe.
Il centro di tutto è la roccia. Il santuario è letteralmente addossato a un enorme monolito, e i pellegrini ne staccano schegge da portare a casa come amuleti protettivi: un culto della pietra che precede il cristianesimo e su cui la figura del santo-soldato si è innestata. È il caso da manuale di continuità cultuale — il sacro che cambia nome ma non luogo, fissandosi sul punto forte del paesaggio.
Ogni 10 agosto le comunità si ritrovano ancora: la statua del santo, i giovani in costume, la processione attorno alla rupe. Hertz morì in trincea nel 1915, a trentatré anni, due estati dopo aver visto quella festa. Da lì in avanti nessuno ha più guardato un santuario di montagna nello stesso modo — e la Valle Soana, minoranza francoprovenzale come la vicina Rhêmes, resta uno dei luoghi dove quel nesso tra roccia, comunità e sacro si legge ancora a occhio nudo.