A differenza delle valli walser appena a est — Gressoney, Ayas, di ceppo alemanno — Rhêmes appartiene al mondo franco-provenzale (arpitano). Il patois vi è ancora lingua viva, coltivata persino dalle scuole con il Concours Cerlogne. Pochi chilometri di crinale separano due ceppi linguistici, germanico e galloromanzo: la geografia alpina come archivio di confini culturali.
Nel 1856 Vittorio Emanuele II istituì qui la Riserva reale di caccia del Gran Paradiso, salvando lo stambecco da un'estinzione ormai prossima. Le mulattiere, le case reali di caccia e il corpo dei guardaparco regi diventarono, nel 1922, l'ossatura del primo parco nazionale italiano.
Lo stambecco sopravvissuto in questo massiccio è, letteralmente, il padre di tutti gli stambecchi delle Alpi: ogni reintroduzione discende da qui.
Sopra la valle vola di nuovo il gipeto, l'«avvoltoio degli agnelli»: per secoli creduto predatore di agnelli e perfino di bambini, fu perseguitato fino all'estinzione, mentre in realtà si nutre quasi solo di ossa, che frantuma lasciandole cadere sulle rocce. Un caso da manuale di animale calunniato — il mito che precede e condanna il comportamento reale. Reintrodotto dal 1986, nel 2016 ha dato il primo nato in natura proprio in Val di Rhêmes: «il miracolo di Rhêmes».
Sul versante piemontese dello stesso massiccio, in Valle Soana, sorge il santuario di San Besso, soldato-santo della Legione Tebea: il culto alpestre che Robert Hertz studiò nel 1913, fondando di fatto l'antropologia dei santuari di montagna. La stessa montagna che a ovest è riserva di caccia regia e laboratorio di conservazione, a est è roccia che si fa altare.