Questa valle ha una data. Nel 1913, in Val di Rhêmes, fu ucciso l'ultimo gipeto registrato sull'arco alpino: esiste la fotografia dei tre uomini che lo mostrano con orgoglio, e da quell'anno si datta convenzionalmente la scomparsa della specie dalle Alpi. Nello stesso 1913 si svolse in Gran Paradiso l'ultima caccia reale. E nello stesso 1913, sul versante piemontese di questo stesso massiccio, Robert Hertz saliva al santuario di San Besso a studiare come una comunità costruisce il proprio sacro. Tre fatti, un anno, una montagna.
Il gipeto è il caso di scuola dell'animale calunniato. Lo chiamavano avvoltoio degli agnelli — è il senso del nome tedesco Lämmergeier — e lo si credeva capace di rapire agnelli e perfino bambini. In realtà si nutre quasi esclusivamente di ossa, che ingoia intere o frantuma lasciandole cadere da grande altezza sulle rocce: è uno spazzino, l'ultimo anello della catena alimentare, l'unico vertebrato che vive di scheletri. Fu perseguitato fino all'estinzione per un comportamento che non ha mai avuto.
A San Besso una storia inventata da una comunità fa venerare un santo; a Rhêmes una storia inventata da una comunità fa sterminare un uccello che mangia ossa. Nello stesso momento, ai due lati dello stesso crinale.
Il ritorno è cominciato altrove. Nel 1978, a Morges in Svizzera, un gruppo transfrontaliero di conservazionisti decise di ricostruire la popolazione alpina partendo dai pochi esemplari rimasti negli zoo; i primi rilasci furono nel 1986 a Rauris, in Austria, poi in Alta Savoia, in Engadina, nel Mercantour e nelle Alpi Marittime. In quarant'anni sono stati liberati 343 giovani gipeti, e la prima riproduzione in natura arrivò solo nel 1997, undici anni dopo il primo rilascio.
In Gran Paradiso, però, nessuno ha rilasciato gipeti: sono tornati da soli. Il primo avvistamento è del 1989 in Val di Cogne; nell'inverno 2009-2010 un trio poliginico — due maschi e una femmina, formazione che nella specie non è rara — si insediò spontaneamente proprio qui in Val di Rhêmes e tentò la riproduzione. La prima schiusa del Parco fu in Valsavarenche, fra il 10 e l'11 maggio 2011: il pulcino, battezzato Siel, non arrivò all'involo. Ci riuscirono l'anno dopo, nel 2012, due giovani a pochi giorni l'uno dall'altro, uno in Valsavarenche e uno in Val di Rhêmes. Oggi i nati nel Parco sono trentaquattro.
Che questa valle sia diventata un laboratorio di ritorni non è casuale, ed è il risultato di una decisione presa per ragioni opposte. La tutela comincia nel 1821, quando Carlo Felice proibisce la caccia allo stambecco: ne restavano poche centinaia attorno al Gran Paradiso ed era già scomparso da tutto il resto delle Alpi. Nel 1856 Vittorio Emanuele II dichiara queste montagne Riserva Reale di Caccia — le protegge per potervi cacciare lui — e costruisce mulattiere, case di caccia e un corpo di guardie regie. Nel 1919 il figlio cede i territori allo Stato ponendo come condizione che si valuti l'istituzione di un parco, e il 3 dicembre 1922 nasce il Parco Nazionale Gran Paradiso, il primo d'Italia. Le strade del re sono diventate i sentieri del parco, i suoi guardacaccia i guardaparco.
Lo stambecco salvato qui è, letteralmente, il progenitore di tutti gli stambecchi delle Alpi: ogni reintroduzione altrove discende da questa colonia. Ed è una storia che non è stata lineare — fra il 1933 e il 1947 la popolazione crollò di nuovo, per gestione accentrata, personale non locale e bracconaggio. La conservazione non è un traguardo che si raggiunge una volta.
Sul piano linguistico, infine, Rhêmes appartiene al mondo francoprovenzale (o arpitano), come la Valle Soana di là dal massiccio, e a differenza delle valli walser che stanno poche decine di chilometri a est — Gressoney, Ayas — dove si parla un dialetto alemanno. Il patois qui è ancora lingua viva, coltivata anche dalle scuole con il Concours Cerlogne. Pochi chilometri di crinale separano due ceppi linguistici, germanico e galloromanzo: la geografia alpina come archivio di confini culturali.