Il santuario della Madonna delle Nevi sta a 2.583 m in un punto tutt'altro che casuale: l'incrocio idrografico di quattro valli — Champorcher, Valle Soana, Cogne e Fénis — un nodo di passaggio frequentato, dicono gli archeologi, dalla preistoria. Nasce da un voto del 1630: mentre la peste devastava la Valle d'Aosta, gli abitanti di Champorcher promisero di costruire una cappella presso il lago e di salirvi ogni anno in processione. La peste risparmiò Champorcher, e la cappella fu costruita.
L'edificio attuale si è formato per stratificazione: 1658 la costruzione sopra un oratorio preesistente, 1881 la campagna di ricostruzione che gli dà la forma di oggi, voluta dal parroco Jean-Baptiste Danna e dall'abbé Pierre Chanoux — che non era un benefattore forestiero ma un uomo di questa valle, botanico e rettore dell'ospizio del Piccolo San Bernardo, dove fondò il giardino alpino che porta il suo nome. Poi i danni della guerra, un incendio nel 1947, la ricostruzione fatta dagli abitanti del paese, il restauro del 1951 e l'ultimo intervento nel 2000. Ogni 5 agosto la processione sale ancora da Champorcher, a compimento di quel voto: quasi quattro secoli di adempimento continuato di una promessa fatta per paura.
La leggenda di fondazione è la stessa che si racconta ai piedi di un'altra rupe, sull'altro versante del massiccio: un soldato cristiano della Legione Tebea, scampato al massacro, si rifugia nell'alta Champorcher portando con sé una statua della Vergine. È il telaio narrativo del culto di San Besso in Valle Soana — quel complesso di santi-legionari tebei che Robert Hertz analizzò come caso di scuola. Qui il santo locale si chiama Porzio, pastore-evangelizzatore che scolpisce la Madonnina e la ripone in una nicchia presso il lago; una leggenda lo vuole compagno di fuga di Besso, e ancora oggi ci sono champorcherini che il 10 agosto scavalcano lo spartiacque per la festa di San Besso. I due santuari non si somigliano: si conoscono.
«La statua, riportata a valle, ogni notte ritorna sulla riva del lago.» Il motivo dell'oggetto sacro che sceglie da sé la propria sede ricorre in decine di santuari alpini. È il modo in cui una comunità razionalizza, a posteriori, la sacralità di un luogo che era già sacro.
Non è casuale nemmeno che l'itinerario culmini alla Finestra di Champorcher. Il valico è l'altra grande figura del sacro alpino: se il santuario fissa la devozione a un nodo d'acque, il colle la fissa a una soglia — il punto liminale in cui si passa da un versante all'altro, da una comunità all'altra, storicamente segnato da croci, ometti e piccoli oratori di passo. Lungo l'Alta Via n. 2 pellegrinaggio e transumanza hanno percorso per secoli lo stesso tracciato: due modi diversi di attraversare la stessa linea.
E infatti la chiave antropologica è più antica del cristianesimo. La Madonna del Miserin è, in trasparenza, una divinità dispensatrice d'acqua: neve sui pascoli, pioggia sull'annata agraria. Non a caso il rito conserva un gesto che il cristianesimo si è limitato a inglobare — l'immersione della croce cerimoniale nelle acque del lago, formula di richiesta della pioggia che precede di molto la teologia che la incornicia. La continuità di culto su questo valico — preistoria, romanità, legionari tebei, Madonna delle Nevi — è meno una successione di credenze che la persistenza di una funzione: dare un nome alla dipendenza assoluta di pastori e contadini dall'acqua del cielo.
C'è un'ultima ironia, ed è visibile a occhio nudo. Dal 1931 questo lago è uno sbarramento, e sopra la conca passano i tralicci dell'alta tensione. La dipendenza dall'acqua non è finita, ha cambiato forma: dove si chiedeva la pioggia con una croce immersa nel lago, ora si trattiene l'acqua con una diga e la si converte in energia. Lo stesso passaggio si legge, un centinaio di chilometri a est, nella conca di Riale in Val Formazza. Il gesto rituale e l'opera idraulica rispondono alla stessa domanda.